La nobile arte medica dell'ASCOLTO
Alla luce di quella che è diventata oggi la medicina per i medici di Medicina Generale, mi sembra quasi anacronistico l'uso
dell'aggettivo "nobile" che in genere si accompagna all'espressione "arte medica". Pur tuttavia, nonostante gli sbarramenti limitativi delle note AIFA, il mare magnum dei codici di esenzione, la tessera sanitaria
sbandierata dagli assistiti come arma di ricatto e le linee guida, bitte d'ancoraggio, la cui rigorosa osservanza ci salva dal carcere, la medicina rimane comunque un'arte.
Circa due anni fa, in risposta ad un articolo pubblicato su una rivista medica, scritto da un collega toscano, ritenni opportuno approfittare dell'occasione presentatasi per fare alcune considerazioni sull'ascolto in medicina.
L'articolista (un collega Mmg), giocando con la scarsa conoscenza dei congiuntivi di una signora napoletana trapiantata in Toscana, usò una stereotipata espressione estremamente discriminante, la etichettò come "tracagnotta
napoletana". Una particolarità che volli doverosamente evidenziare, ma su cui non intesi soffermarmi.
Mi premeva molto di più ricordare al
collega e a quanti non avevano dato peso all'appellativo che identificava l'assistita di turno, che nel nostro paese le persone che litigano con la grammatica italiana sono in numero
maggiore di quelle che invece hanno con essa una normale frequentazione e che il linguaggio inteso anche come dialetto, sebbene grammaticalmente spesso non corretto, non può e non deve rappresentare un elemento disturbante nella
relazione medico-paziente.
San Giuseppe Moscati, santo medico napoletano, scriveva rivolgendosi ai colleghi medici: "Abbiate nella missione assegnatavi dalla Provvidenza, vivissimo sempre il senso del dovere, pensate
cioè che i vostri infermi hanno soprattutto un'anima a cui dovete sapervi avvicinare".
La maggior parte delle persone che accedono al nostro ambulatorio ci chiedono di essere aiutati a risolvere i loro problemi fisici, a volte banali, a volte gravi e già il parlarne con il proprio medico ed avere la percezione
di essere ascoltati con interesse e partecipazione, come diceva un vecchio adagio, "è già mezza guarigione ".
Della nobile arte medica l'ASCOLTO è uno dei cardini, ma questo
non si insegna.
Per questo l'imbattersi in pazienti dal linguaggio "sgrammaticato e dialettale" può essere carpito come una opportunità per affinare le armi delle comunicazione interpersonale ed essere l'incipit di una gratificazione
relazionale.
Potremmo così apprezzare la musicalità e la poesia di espressioni strampalate del tipo:
"Dottò, la cura che mi avete dato, mi sono trovato comodo, voglio frequentarla ancora", o la melodiosa sonorità di certe richieste di indagini o di riferite diagnosi, per la cui comprensione dobbiamo far ricorso a tutta la
nostra capacità interpretativa linguistica e grafologica.
È vero, il nostro lavoro, appesantito da una assurda burocrazia, ci costringe ad andare di corsa, ma non dobbiamo permettere che ciò ci incattivisca e ci faccia diventare intolleranti o peggio sordi ed indifferenti a quanto
il nostro interlocutore ci sta dicendo.
Ed è allora che quelle che sembrano essere le nostre ricchezze, ovvero le conoscenze e la cultura, diventano le nostre povertà.
"So di non sapere" ovvero quella "docta ignorantia" che Socrate dichiara di possedere durante il processo che si concluderà con la sua condanna a morte, ci deve far riflettere e condurci ad avere consapevolezza che il
nostro sapere, comunque limitato, se diventa fonte di boria e saccenteria rappresenta un limite alla nostra crescita umana ed un ostacolo alla creazione di sani rapporti interpersonali.
E' giusto e lecito riconoscere il proprio valore, avere autorevolezza e perseguire nella propria crescita personale e professionale, è invece disdicevole il solo menarne vanto in quanto questo comportamento scava voragini,
anziché gettare ponti tra noi e gli altri.
Oggi non si ha più paura della propria ignoranza, ma ci si gloria solo della propria potenza.
Spesso il medico indossa il camice della superbia, della presunzione e ciò pone una barriera tra lui ed il paziente; quasi non lo si ascolta o addirittura non lo si guarda, spesso nascosti o meglio direi trincerati dietro
lo schermo del computer (novello totem della professione medica) e con la fretta di far entrare il prossimo paziente per svuotare al più presto l'ambulatorio.
Questo nostro correre ci impedisce, purtroppo, di capire che non serve riempire il proprio tempo di cose vane ed effimere, i propri vuoti con altri vuoti; impariamo a rallentare e ad educarci all'arte dell'ascolto ed allora,
come scrive il nostro napoletanissimo conterraneo Erri de Luca: "Chi si ferma si incontra".
Si incontra l'altro diverso da noi che chiede non di essere accettato, ma capito; si incontra se stessi, il "se" dal quale spesso si fugge, perché è il rapporto che si ha con se stessi che determina il tipo di relazioni che
si riesce ad instaurare con gli altri.
Chi sente percepisce solo suoni, mentre chi ascolta comprende cosa è stato detto.
E' questo il così detto ascolto attivo che diventa funzionale alla relazione se riusciamo a trasmettere al nostro interlocutore la certezza che comprendiamo e accogliamo le emozioni, i problemi e le preoccupazioni che ci
sta manifestando.
Se vogliamo "incontrare" l'altro dobbiamo imparare a rallentare e ad ascoltare perché altrimenti, come dice un vecchio aforisma:
Fragile diventa ogni intesa se ad ascoltare e sentire sono solo le orecchie.
Francesco Gentiluomo
Medico di Medicina Generale di Ercolano
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