A proposito dell'articolo
comparso sul numero 1 di M.D. «MEDICINAE DOCTOR» del 23-01-08 ritengo sia doveroso fare
alcune considerazioni.
Mi dispiace innanzitutto che
una rivista molto letta dai MMG ospiti articoli come quello
pubblicato a firma del collega senese, che, giocando con la scarsa
conoscenza dei congiuntivi di una signora napoletana trapiantata in
provincia di Siena ed usando una stereotipata espressione razzista,
la etichetta come “Tracagnotta napoletana”. Astenendomi pertanto da
una sterile ed inutile discussione con un interlocutore per me
fantasma, e per non cadere nel facile trabocchetto di essere a mia
volta accusato di razzismo, mi voglio limitare ad invitare i
colleghi lettori di questa rivista a censurare e deprecare quanto
da lui riferito e come scrivevo prima, ad alcune considerazioni.
Voglio innanzitutto ricordare
a lui ed a quanti sarcasticamente avranno sorriso leggendo quell’articolo
che in Italia le persone che litigano con la grammatica italiana,
sono in numero maggiore di quelle che invece hanno con essa una
normale frequentazione e non per questo devono essere additate come
scandalosamente ignoranti da quegli “pseudo acculturati” che
s’infastidiscono anche per i suoni emessi da queste persone e che
risultano cacofonici, stonati e disturbanti per le loro delicate
orecchie.
Vorrei inoltre capire, cosa
l’articolo pubblicato ha apportato in termini di conoscenza e
crescita ai colleghi medici che hanno avuto la disavventura di
leggerlo.
Capisco che il collega senese
sia incavolato ed inc…ato nero per aver perso degli assisti, ma se
cercava consensi alle sue esternazioni ha sicuramente sbagliato i
modi per farlo e le revoche se l’è proprio cercate.
Non fa certo piacere a chi sta
dall’altra parte della scrivania vedersi sbattere in petto il foglio
delle proprie analisi perché si è probabilmente ansiosi o venire
offesi solo perchè non si conoscono i congiuntivi.
Riporto per chiarezza quanto
scritto dal collega senese sul giornale M.D. «Ma lei assistita
napoletana, tracagnotta, non ebbe pietà né dei miei studi classici,
né del povero congiuntivo ed esordì dicendo: dottò vorrei che mi
segnerebbe. Colpito a morte tentai di fermarla dicendo:che mi
segnasse, ti prego mi segnasse, non senti come suona meglio?»
Provo a riavviare la bobina
del film descritto dal collega senese, limitandomi al racconto della
mia compaesana, e lo “risceneggio” alla napoletana.
“Tracagnotta napoletana” -
(della paziente non si conosce l’età e con essa c’è confidenza):
«dottò vorrei che mi
segnerebbe……..».
Dottore: «Concettì, non è mia
intenzione offenderti, ma si dice signasse».
“Tracagnotta napoletana”: «dottò,
scusate, ma io so’ affabbeta».
(la mia conterranea non ha
frequentato le “scuole grosse”, per cui non conoscendo il greco né
tantomeno l’esistenza del prefisso “ana” che esclude, non è
analfabeta, ma “affabbeta”, cioè persona poco acculturata non per
sua scelta).
Dottore: «Concettì, nun fa’
niente, basta che ce capimmo quanno parlammo. Comunque se dice
signasse».
Purtroppo l’esimio collega
senese, sebbene abbia frequentato le “scuole grosse”, ha dimenticato
per strada l’educazione ed il rispetto per le persone e sicuramente
gli farebbe bene un bel bagno di umiltà, mettendo da parte il “latinorum”.
Narcisisticamente si compiace
di esporre le proprie conoscenze; avrebbe potuto anche fare a meno
di usare quello spropositato “paraustiello” (traduco “paragone” per
gli italiani) di scienza e grammatica dietro al quale ha cercato di
nascondersi nell’inutile tentativo di trovare un alibi valido ad
assolverlo.
S. Giuseppe Moscati, santo
medico napoletano, scriveva rivolgendosi ai colleghi medici:
«Abbiate nella missione assegnatavi dalla Provvidenza, vivissimo
sempre il senso del dovere, pensate cioè che i vostri infermi hanno
soprattutto un anima a cui dovete sapervi avvicinare».
Della nobile ARTE MEDICA
l’ascolto è uno dei cardini, ma questo non si insegna.
Quelle che sembrano essere le
nostre ricchezze, ovvero le conoscenze, sono spesso le nostre
povertà. Vantarsi, come fa il collega senese, di “giocare” con la
sensibilità o l’ignoranza dei propri assistiti, nasconde sicuramente
qualche suo non meglio espresso disagio, celato dietro un ridicolo
sfoggio di cultura che se da un lato può anche riempirlo di boria a
livello personale, di sicuro non gli da alcuna gratificazione sul
piano relazionale.
Quand’è che il mio collega
senese, tutto preso dalla prezza linguistica, avrà la possibilità di
apprezzare la musicalità e la poesia di espressioni del tipo: «dottò,
la cura che mi avete dato, mi sono trovato comodo, voglio
frequentarla ancora» ?
È vero, il nostro lavoro,
appesantito da una spesso assurda burocrazia, ci costringe ad andare
di corsa, ma non ad essere maleducati. Non siamo arrivati ancora a
cronometrare i tempi di permanenza di un paziente nello studio.
Questo nostro correre ci impedisce, purtroppo, di capire che non
serve riempire il proprio tempo di cose vane ed effimere, i propri
vuoti con altri vuoti; impariamo a rallentare ed allora, come scrive
il mio napoletanissimo conterraneo Erri de Luca: «Chi si ferma si
incontra».