Testata Giornalistica registrata al Tribunale di Napoli (Reg. n° 32 del 30.3.11) - Direttore Responsabile: Francesco Paolo DE LIGUORO
 
... il portale della MediCoop VESEVO
| | | | | | |

Archivio notizie
MediCoop VESEVO
ASL Na 3 Sud
Forum
Utilities
Album fotografico
Vecchio sito
Pubblicità
 
 

Versione iPhone

 
 
 

Le rubriche

 
 
 
MediCoop VESEVO è su
 
   
Il tuo indirizzo IP è 54.162.241.40
 
 
 
 
 
 


Calcola il Codice Fiscale
 
 


Il sito sull'i-Phone
Fotografa il QR-Code

 
 

Accreditato Hon Code
 

Lascia un messaggio
 
 
Cerca nel sito
 
 
Farmacie di turno
Ercolano
 
 
  Le Rubriche Utenti online : 1163



Note di farmacoeconomia
e
percorsi diagnostico-terapeutici

 

Percorsi diagnostico-terapeutici (PDT) di antibioticoterapia:

PROFILASSI ANTIBIOTICA PERI-OPERATORIA

L'indicazione per la profilassi antibiotica peri-operatoria si basa sul rischio dello sviluppo di infezione di una ferita chirurgica e pertanto rappresenta un forte strumento operativo per ridurre le complicanze infettive; infatti, i rischi sono rappresentati innanzitutto dal fatto che la chirurgia rappresenta un campo potenziale di contaminazione da parte di agenti patogeni, altri fattori di rischio possono essere: una durata prolungata dell'intervento chirurgico, impianti di corpo estraneo e comorbidità del singolo paziente. Tuttavia è importante precisare che non tutti gli interventi chirurgici richiedono una profilassi antibiotica.

Si intende per "infezione post operatoria" una complicanza infettiva che compare entro 30 giorni dall'intervento chirurgico ed è conseguenza diretta dello stesso o di manovre messe in atto nel periodo pre, intra e post operatorio, come parte dell'intervento stesso. La profilassi si può definire come la somministrazione di antibiotici secondo modalità ben definite, in assenza di infezione in atto, allo scopo di prevenirne l'insorgenza e la successiva diffusione.

I pionieri di una raccolta sistematica dei tassi di infezione ospedaliera furono, nella metà del 1800, I. Semmelweiss e J. Simpson. Semmelweiss dimostrò efficacemente che l'spedale poteva rappresentare un rischio per i pazienti (le donne che non partorivano in ospedale avevano un rischio di sepsi puerperale ed una mortalità molto più bassa rispetto a quelle che partorivano in ospedale), che tale rischio era di origine infettiva (i patogeni erano trasmessi dai medici e dagli studenti che, prima di assistere le partorienti, effettuavano riscontri autoptici), che tale evento era prevenibile (lavando le mani con cloruro di calcio).

Simpson evidenziò una correlazione diretta tra la mortalità per infezione, dopo amputazione degli arti, e la grandezza dell'ospedale, condizione associata al sovraffollamento, che favoriva la trasmissione delle infezioni da paziente a paziente. Purtroppo il loro lavoro non fu ben accetto dai colleghi del tempo e la sorveglianza epidemiologica e lo sviluppo di una epidemiologia ospedaliera come disciplina si affermò solo negli anni ’50 del secolo scorso.

Nel complesso gli studi epidemiologici italiani esaminati, riguardanti le infezioni del sito chirurgico hanno rilevato frequenze medie di ISC che variano per la chirurgia generale dal 4,9% al 13,6% e per l'ortopedia dal 1,2% al 1,5%. La variabilità delle frequenze medie è riscontrabile anche in studi condotti in altri paesi. Le infezioni ospedaliere si manifestano con alti tassi di morbosità ed incremento della mortalità, contribuendo anche all'aumento dei costi di degenza, dei pazienti ospedalizzati.

Nonostante la riduzione della durata e del numero dei ricoveri e le ampie conoscenze disponibili in materia, in termini sia di fattori di rischio, sia di metodi appropriati di prevenzione, la frequenza delle infezioni ospedaliere non è generalmente in declino. La stima numerica annua d'infezioni ospedaliere oltrepassa le 600 mila unità l'anno; tali infezioni prolungano ovviamente la degenza ospedaliera, con un aggravio di costi che oltrepassa i 1000 miliardi/anno.

I patogeni responsabili delle infezioni nosocomiali si distinguono in: agenti patogeni tradizionali, quali per esempio il virus influenzale, i virus dell'epatite, le Salmonelle, etc. che, oltre ai pazienti, possono colpire anche il personale di assistenza; e agenti opportunisti, vale a dire tutti quei microrganismi che aggrediscono l'ospite solo quando si determinano condizioni tali da consentire il loro impianto in distretti normalmente sterili e/o quando si verifica una diminuzione a vario livello delle difese dell'ospite.

Il serbatoio di questi microrganismi (habitat naturale e sede di moltiplicazione) è costituito dall'uomo (pz infetti/colonizzati e/o portatori) e dall'ambiente. Affinché avvenga la trasmissione è necessario che vi sia un veicolo; un veicolo di importanza determinante è costituito dalle mani degli operatori sanitari, sulle quali colonizzano un numero e una varietà non indifferente di potenziali patogeni. L'importanza di tale veicolo è sottolineato dal fatto che le misure di controllo più efficaci della maggior parte delle I.O. si basano sul lavaggio frequente delle mani.

La profilassi antibiotica perioperatoria nelle procedure chirurgiche è di solito a breve termine e deve essere effettuata quando l'eventuale infezione postoperatoria del sito chirurgico assumerebbe particolare gravità; o nei soggetti con particolari fattori di rischio (diabete mellito, dialisi, immunodeficienza, obesità, malnutrizione, cancro, ecc.). Spesso è sufficiente somministrare, per via endovenosa, una dose singola di un antibiotico poco prima, all'inizio o al più tardi durante l'intervento chirurgico per prevenire le complicanze della ferita post-operatoria. In caso di interventi di lunga durata, la maggior parte delle linee guida, pur in assenza di dati inequivocabili, suggerisce di somministrare una dose intraoperatoria se l'operazione è ancora in corso, dopo un tempo dall'inizio dell'intervento pari al doppio dell'emivita del farmaco impiegato; una seconda dose del farmaco è indicata anche quando vi sono importanti perdite ematiche. La scelta di continuare la profilassi oltre le prime 24 ore del postoperatorio non è comunque giustificata.

Da diversi studi in ambito ospedaliero è emerso che una larga percentuale (circa il 30%) degli antibiotici è utilizzata, spesso impropriamente, a scopo profilattico. Il loro uso comporta, comunque, un rischio legato alla tossicità ed all'insorgenza di resistenze batteriche e di sovrainfezioni micotiche. Pertanto, è importante sottolineare che l'uso non appropriato degli antibiotici comporta, soprattutto in ambiente nosocomiale, la selezione di ceppi resistenti che rende più difficoltoso l'approccio terapeutico alle infezioni batteriche; va, quindi, evidenziato il concetto, anche se può sembrare ovvio, ma "ripetita iuvant", che l'utilizzo di antibiotici, perché sia efficace, occorre che sia indicato per il tipo di intervento, con forma farmaceutica, dosi e tempi di somministrazione adeguati.

Secondo le linee guida della regione Campania, delibera n° 1814 del 12 ottobre 2007, pubblicate sul BURC n. 58 del 5 novembre 2007, successivamente sostituite dalle linee di indirizzo per la definizione dei protocolli di profilassi antibiotica peri-operatoria elaborate dalla Regione Campania (Del 123 del 15/02/2010),le ferite chirurgiche vanno classificate in:

- ferita chirurgica non infetta e senza segni di infiammazione: non interessante le mucose respiratorie, digestive o genito-urinarie. Ferita chiusa di prima intenzione, senza drenaggi o con drenaggi chiusi;

- pulita-contaminata: ferita chirurgica in cui il tratto respiratorio, digestivo o genito-urinario è stato inciso in condizioni controllate, tecnicamente perfette e senza contaminazioni impreviste. Sono incluse in questa categoria, ferite chirurgiche relative a interventi sulle vie biliari, appendice, vagina, orofaringe nei casi senza evidente infezione, contaminazione imprevista o difetto di tecnica chirurgica;

- contaminata: ferita traumatica, aperta da meno di 4 ore. Rientrano in questa categoria gli interventi in cui è stato impossibile mantenere l'asepsi (massaggio cardiaco a torace aperto, ecc), oppure ove si è verificata una contaminazione con materiale gastrointestinale, oppure si è incontrato un focolaio infiammatorio acuto non purulento;

- sporca infetta: ferita traumatica aperta da più di 4 ore oppure con presenza di tessuti necrotici o ferite che coinvolgono un'infezione clinica preesistente o con perforazione di visceri. In questa categoria l'infezione postoperatoria è causata da microrganismi già presenti nel sito chirurgico prima dell'intervento operatorio.

Da sottolineare che nelle ferite contaminate o sporche infette, l’impiego di antibiotici non ha più uno scopo profilattico, ma terapeutico, pertanto la terapia antibiotica inizia già nella fase preoperatoria, a seguito di diagnosi di infezione e la somministrazione va proseguita per alcuni giorni (almeno cinque) dall'intervento.

La profilassi, invece, andrebbe effettuata negli interventi di chirurgia programmata puliti-contaminati o puliti quando l’eventuale infezione postoperatoria del sito chirurgico assumerebbe particolare gravità.

In generale interventi di chirurgia protesica (o con innesto di materiale estraneo) e pochi altri come chirurgia dei trapianti, by-pass aorto-coronarico, craniotomia e chirurgia del rachide.

In base a questa classificazione la profilassi non è indicata per la maggior parte degli interventi chirurgici puliti, nei quali il rischio di infezione è basso, mentre gli effetti collaterali legati all'uso dell'antibiotico (reazioni avverse, superinfezioni micotiche, insorgenza di antibiotico-resistenze) sono superiori ai vantaggi.

L'obiettivo è quello di ridurre l'incidenza di infezioni a carico del sito chirurgico ; al raggiungimento di tale fine concorrono altre insostituibili e importanti misure, quali una tecnica chirurgica corretta e una adeguata preparazione del paziente e della sala operatoria. Non ha pertanto la finalità di prevenire potenziali infezioni postoperatorie in altre sedi (urinarie, respiratorie, ecc.)

Un antibiotico indicato per la maggior parte degli interventi chirurgici, è la CEFAZOLINA alla dose di 2 gr., cefalosporina di 1a generazione, attiva contro molti Gram-positivi (Stafilococco aureo e Stafilococchi coagulasi negativi, eccetto i meticillinoresistenti; Streptococchi beta emolitici di gruppo A e B) e alcuni Gram-negativi (E. coli, Klebsiella). Ha un’emivita abbastanza lunga (2 ore circa); il suo legame con le proteine plasmatiche non è elevato, per cui si ha una discreta quota di farmaco libero; ottima è la distribuzione tissutale; presenta bassa incidenza di effetti collaterali e basso costo.

Negli interventi in sedi in cui sia presente una quota importante di microrganismi anaerobi (ad esempio nella chirurgia colorettale e ginecologica) è maggiormente indicata la CEFOXITINA alla dose di 2 gr., cefalosporina di 2a generazione con spettro d'azione che comprende gli stessi microrganismi di quelle di 1a generazione ma con una maggiore attività sui Gram-negativi (Acinetobacter, Citrobacter, Enterobacter, Proteus, Providencia, Serratia, Haemophilus influenzae, non su Pseudomonas aeruginosa) e su alcuni anaerobi (Bacteroides in particolare). Ha una emivita più breve rispetto alla cefazolina ( 45-60 min.).

Le cefalosporine di III e IV generazione, i monobattami, i carbapenemi, la piperacillina/tazobactam non sono raccomandati a scopo profilattico, i motivi sono legati a diversi fattori: attività antistafilococcica nulla o inferiore alle cefalosporine di I generazione, spettro allargato a patogeni raramente in causa con chirurgia di elezione, maggiori rischi di selezionare antibiotico-resistenze; è preferibile, infatti, riservare tali antibiotici, efficaci sui patogeni multiresistenti, agli usi terapeutici.

(fema)

 
 
Altri capitoli sulle "Note di farmacoeconomia e percorsi diagnostico-terapeutici"
 
 
Il nostro è un sito ... VIVO:
 

 
    
 
     
 
     
 
     
Tempo libero
 
 
 
 
LINKS  UTILI
 vai su
Webmaster dott. DE LIGUORO

© 2015 Powered by
DeLiWeb - 2006-2012