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Prevenzione cardiovascolare
(a cura di Felice MAIORANA)
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ALTRI
FATTORI DI RISCHIO NON MODIFICABILI: RAZZA ED ETA'
Abbiamo già trattato della familiarità e del sesso, gli altri fattori di
rischio non-modificabili più comuni sono: la razza e l'età. Oggi non
è più corretto parlare di razza in medicina, in quanto è stato dimostrato che
tutti i soggetti condividono più del 99% del codice genetico, la varianza tra i
vari gruppi di individui è approssimativamente intorno allo 0,1% del genoma.
Pertanto il concetto di razza è stato sostituito con quello più appropriato di
"tipo umano", in quanto si considera tutto il genere umano
appartenente alla stessa razza: la specie "Homo Sapiens", che dal continente
africano, da cui ha avuto origine circa 200.000 mila anni fa, colonizzando e
diversificandosi, a seconda dell'ambiente e del contesto, si è diffusa in tutto
il mondo. Le differenze somatiche riscontrabili tra le varie popolazioni
(colore della pelle, forma degli occhi, della bocca, statura ecc. ecc.)
rientrano all'interno di una variabilità esistente in ogni specie e possono
eventualmente essere inquadrate come etnia (dal greco ithnos = "popolo"),
trattandosi di individui che hanno spesso in comune cultura, lingua, religione,
usi, costumi e alcune caratteristiche fisiche (tramandate geneticamente e dovute
in parte anche all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive). Il "tipo
umano" più che un fattore di rischio può essere considerato un marcatore di
rischio, in quanto nei vari gruppi sociali si verificano una serie di eventi
legati prevalentemente a fattori ambientali e caratteristiche fisiologiche
uniche (es. obesità, ipertensione) che colpiscono una determinata popolazione.
E' stato evidenziato che gli Africani, i popoli dell'Asia del sud, gli
Hawaiani, hanno una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari. Negli USA,
per es., è stato osservato che la prevalenza di ipertensione arteriosa nella
popolazione di colore è maggiore che nella popolazione bianca. Infatti, la
pressione arteriosa diastolica è mediamente più alta di 5-10 mmHg negli
individui di colore; in ogni caso quando l'analisi statistica viene corretta per
alcune variabili (es. peso corporeo, status socioeconomico) tali differenze si
riducono notevolmente. Vi sono comunque prove indirette che dimostrano che in
ogni modo fattori genetici intervengono nella popolazione di colore
nell'insorgenza della ipertensione arteriosa (bassi livelli di renina, più lenta
escrezione del sodio); sulla base di queste osservazioni è stata avanzata
l'ipotesi che nei soggetti di colore si sia stabilito un particolare meccanismo
di ritenzione renale del sodio che ha lo scopo di evitare l'eccessiva perdita di
sale e acqua in un ambiente eccessivamente caldo, pertanto il prezzo pagato per
questo adattamento sarebbe un'aumentata risposta pressoria per la maggiore
ritenzione salina, quando aumenta l'introito di sale con la dieta, come per es.
può avvenire modificando l'alimentazione per i soggetti che vivono in città. Uno
studio derivante da una ricerca condotta dal dr. Joel Ray del St. Michael H.,
pubblicato online nel "Quarterly Journal of Medicine"nel marzo di quest'anno, ha
esaminato 45 studi clinici importanti sulle strategie di prevenzione. I
ricercatori hanno scoperto che alcuni gruppi etnici - come quelli dell'Asia
meridionale, tra cui India e Pakistan - hanno un esordio precoce di malattie
cardiache e ictus e i tassi di malattie cardiache e ictus sono più alti rispetto
alle popolazioni bianche del Nord America. Gli immigrati Asiatici, in effetti
rappresentano uno dei gruppi etnici più grandi ed a più rapida crescita in
Canada, Stati Uniti e nel Regno Unito e possono avere un rischio di morte per
malattia cardiaca rispetto alle popolazioni native fino a quattro volte
maggiore.
Per concludere possiamo dire che una base genetica per la differente
espressione della malattia cardiovascolare nelle varie popolazioni può esistere,
e sono stati scoperti variazioni di singole sequenze nucleotidiche del DNA, però
l'esatto contributo di queste variazioni genetiche nell'espressione clinica
delle patologie cardiovascolari non è ancora chiaro e pertanto sono necessari
ulteriori studi.
ETA'
Ormai è un dato certo che il rischio cardiovascolare aumenta progressivamente
con l'età e negli anziani l'età diventa il fattore di rischio predominante. Gli
ultimi decenni hanno visto una notevole crescita del numero di anziani sia in
Italia che in gran parte del mondo, dovuto sia al miglioramento della salute
pubblica, che alla nutrizione ed alle cure mediche. Tra il 2000 e il 2030, la
percentuale di individui di età superiore ai 65 anni aumenterà dal 6,9% al 12%
nel contesto europeo e mondiale. L'Italia si configura come il "paese più
vecchio", infatti, l'indice di invecchiamento, che misura il rapporto tra gli
ultrasessantacinquenni e la popolazione totale, negli ultimi cinquanta anni è
raddoppiato e le previsioni sono per un ulteriore raddoppio per il 2050. A
contraddistinguere il nostro paese non è solo l'alta percentuale di anziani sul
totale della popolazione, ma anche le notevoli differenziazioni territoriali tra
Nord e Sud: ad es. nel 2001, la regione con il più alto indice di invecchiamento
è stata la Liguria con il 25% della popolazione anziana, mentre la regione
demograficamente più giovane è stata la Campania, con un indice pari al 13,5%
(circa la metà). Inoltre entro il 2050, il sottogruppo di anziani di età > 85
anni è destinato a triplicare, ciò comporta inevitabilmente l'aumento delle
malattie cardiovascolari che, come abbiamo più volte ripetuto, hanno una
crescente incidenza e gravità con l'avanzare dell'età (ad esempio ipertensione,
la cardiopatia ischemica ed insufficienza cardiaca congestizia). Tuttavia, anche
in assenza di malattia conclamata, l'età avanzata è sempre accompagnata da un
calo generale della funzione d'organo, e in particolare da alterazioni nella
struttura e nella funzione del cuore e dei vasi, che alla fine influiscono sulle
prestazioni cardiovascolari. Ad es. con l'età si verifica una compromissione
dello scambio polmonare dei gas, una diminuita capacità renale di conservazione
e di eliminazione dell'acqua e sale ed una cattiva termoregolazione che
aumentano il rischio cardiovascolare. Inoltre, l'interazione tra le variazioni
legate all'età e alla malattia associata a riduzione della funzione di organo, e
la alterata risposta neuroumorale a varie forme di stress, negli anziani può
tradursi in una presentazione clinica piuttosto atipica di una malattia. Questo
può, a sua volta, ritardare la diagnosi corretta e un trattamento appropriato e,
infine, peggiorare il risultato.
I dati del progetto cuore sulla patologia cardiovascolare in Italia confermano
l'aumento della prevalenza dei fattori di rischio e della malattia
cardiovascolare nella popolazione anziana (uomini e donne di età compresa fra 65
e 74 anni):
- il valore medio della pressione arteriosa sistolica è 147 mmHg negli uomini e
148 mmHg nelle donne; quello della pressione arteriosa diastolica negli uomini è
di 85 mmHg e nelle donne 84 mmHg; l'ipertensione arteriosa colpisce in media il
52% degli uomini anziani e il 57% delle donne anziane. Il 23% degli uomini e il
20% delle donne sono in una condizione borderline.
- il valore della colesterolemia è di 204 mg/dl negli uomini e 218 mg/dl nelle
donne, quello della HDL-colesterolemia è di 51 mg/dl negli uomini e 58 mg/dl
nelle donne; il 24% degli uomini e il 39% delle donne sono ipercolesterolemici;
il 36% degli uomini e il 38% delle donne è in una condizione borderline.
-il valore medio della glicemia a digiuno di 97 mg/dl per gli uomini e 93 mg/dl
nelle donne, il 20% degli uomini e il 15% delle donne è diabetico, mentre il 9%
degli uomini e il 6% delle donne è in una condizione borderline; il 29% degli
uomini e il 38% delle donne è affetto da sindrome metabolica; il 20% degli
uomini e il 32% delle donne è obeso; il 50% degli uomini e il 40% delle donne è
in sovrappeso.
- in media, il 31% degli uomini anziani e il 51% delle donne anziane non svolge
alcuna attività fisica durante il tempo libero.
Pertanto con l'aumentare dell'età aumenta proporzionalmente il rischio, ciò
dovrebbe allertare i medici di base per un controllo più assiduo di tutti i
fattori di rischio, mettendo in atto tutte le misure utili a ridurre il rischio
sia in prevenzione primaria, che in prevenzione secondaria. Da numerosi
studi e pubblicazioni sull'argomento possiamo affermare che anche nell'anziano
gli interventi sullo stile di vita sono in grado di prevenire la patologia
cardiovascolare, infatti, le recenti tendenze della mortalità in vari paesi
indicano che le morti a causa di malattie cardiovascolari possono diminuire
rapidamente anche tra gli anziani, anche se le cause non sono ancora tutto
chiare. Le grandi dimensioni transnazionali e le differenze di mortalità per
malattie coronariche e malattie cerebrovascolari sono una sfida per il futuro e
per una più ampia applicazione delle misure di prevenzione a livello mondiale.
E' fondamentale, pertanto, oltre a modificare, ove possibile, gli stili di vita,
individuare e trattare, il più precocemente possibile, i vari fattori di
rischio, soprattutto l'ipertensione arteriosa che rappresenta il più importante
fattore di rischio nell'anziano e di cui ci occuperemo più ampiamente nei
prossimi capitoli. |
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